La linea e la luce

Sostiene Konrad Fiedler, il padre della “Pura visibilità”: «Non è vero che un artista debba esprimere i contenuti della sua epoca, ma è vero che debba dare alla sua epoca dei contenuti». Se l’aforisma di Fiedler coglie lo spirito della mission artistica – e in effetti è proprio così – allora Andrea Bianco è inconfutabilmente un artista.

Esiste poi un altro modo per definire uno scultore vero, mediante un controparadigma: “Se non sei Jeff Koons, se non sei Maurizio Cattelan e nemmeno Damien Hirst, allora è probabile che tu sia Andrea Bianco”. Non potrei dedicare elogio migliore a un artista che vede meglio e più lontano di altri.

E’ davvero così straordinario quest’uomo? Vediamo.

Intanto sa cos’è l’arte e non vi sembri cosa da poco in questa nostra era che consente a buontemponi travestiti da critici e da curators di scombinare le carte, elevando su podi troppo ambiziosi pavoncelli del new deal “contemporaneo”, affetti da quel male incurabile e contagioso che li obbliga a un’allucinazione collettiva: adottare linguaggi attinenti a tutte (o quasi) le discipline socio-psicanalitiche, fuorché quello esclusivo e dirimente delle arti visive.

La chiamano “arte contemporanea”, o, con uno sinonimo improprio, dal sapore pretenzioso, “concettuale”. Un tragico ossimoro. Bianco, che si guarda bene dal seguire le mode correnti improntate allo “strabiliantismo”, scolpisce figure femminili – e sono davvero belle – per almeno tre buoni motivi: un innato trasporto per quel fantastico microcosmo; un sentimento di riconoscenza per un Dio nel quale egli crede e che, tra le Sue tante creature, ha dato lo scettro alla donna; le forme create per essere accarezzate da mani gentili. Mani d’artista, guidate da un cuore d’artista, col coraggio di un leone. Il coraggio di andare controcorrente, più raro, oggi, dell’Araba Fenice. E per Bianco andare controcorrente signifca tenersi ben lontano dalle arroganze contenutistiche del concettuale più integralista, per rivolgersi all’arte che vive solo in presenza di una comunione perfetta tra il contenuto e la  forma che lo rappresenta nella sua straordinaria semplicità.

I “perché” sono dunque chiariti e comunque non dovrebbero interessare altri se non l’autore (per favore non fate mai una domanda così stupida a un artista!). A noi interessa il “come”, altroché se ci interessa! Innanzitutto la materia: il marmo, le terre, la ceramica, il legno, il bronzo, l’argilla refrattaria. Andrea è come il Demiurgo della Genesi: costruisce le sue figure, plasmandole e infondendo loro…l’alito vitale, direte voi? Nossignore ed è questo il miracolo della scultura: le sue Eva restano immobili ed eterne nel tempo, ma vivono senza bisogno di parlare, di ridere o di piangere. Difatti non hanno un volto, ma non sono neppure acefale, solo si tengono lontane dal frutto del bene e del male, cui hanno rinunciato per restare pure. Bianco chiude loro gli occhi, che spesso esprimono segrete malizie, toglie loro la bocca, che talvolta si lascia andare a parole più taglienti di una lama. Lui le vuole così.  Come puri angeli del bene. Come proiezioni della donna che gli vive accanto da sempre, discreta come una musa ispiratrice, solerte come la buona sorte quando decide di assistere i suoi prediletti.

Era da tempo che nelle mie peregrinazioni di ulisside alla ricerca delle Colonne d’Ercole non mi imbattevo in un artista di così marcata sensibilità. Tra Giacometti e l’etrusca (o ritanuta tale) “Ombra della sera” Bianco sceglie un sentiero intermedio, che oltreturro lo scagiona dal sospetto di manierismo: verticalizza le sue figure per conferire loro l’eleganza della linea, ma senza annichilire i segnali della femminilità. Per quanto necessariamente suggeriti dall’astrazione formale, e dunque appena percepibili, seni glutei e ventri ci sono.

Ed ecco il colpo di coda geniale. Andrea elimina i volti, ma anche le braccia. Quella del volto è un’elisione facile da intuire: nonostante ogni figuretta abbia un nome proprio di donna (da restarci innamorati secchi quella chiamata Dorothy), il motivo è ancora una volta gentile. C’è un archetipo (la femminilità) e ci sono le sue infinite manifestazioni, come dire: “Ognuno ci metta il volto della donna amata”. O di quella sognata. E’ un omaggio che Bianco fa in una doppia direzione: quella dell’universalizzazione delle sue figure, in ossequio alla sua raffinata concezione artistica e quella che offre al collezionista  l’opportunità di soggettivare la “sua” scultura, una volta scelta.

Bianco stabilisce così un rapporto interattivo tra autore e fruitore: lui propone il tema, il pubblico lo amplia e lo conclude, ciascuno a suo modo. E’ il segno della sua autenticità di artista, perché prima di lui, quel dialogo lo hanno aperto tutti i grandi della scultura, indipendentemente dai linguaggi adottati.

Per le braccia il discorso si fa più sottilmente tecnico, ma non per questo meno affascinante, anzi! Come tutti gli artisti veri, Andrea sa che quegli arti superiori così indispensabili agli umani, nella scultura spesso rappresentano un cruccio. Non più braccia, ma protuberanze che spesso non si sa bene come collocare, senza che diventino imbarazzanti per l’economia generale dell’opera. Soprattutto quando la scultura tende alla linearità. E’ un problema che persino Michelangelo deve aver avvertito nella “Pietà Bandini”, per esempio. Andrea sa che le braccia, violando lo spazio intorno alla figura, possono violentare l’armonia dell’insieme conchiuso. E allora che fa? Le elimina. Una soluzione geniale nella sua semplicità, ma che richiede coraggio. Lo scultore interviene volontariamente là dove, su alcuni capolavori del passato, ha agito il tempo con un accidente casuale. Da dove credete che scaturisca l’incredibile fascino della Venere del Louvre se non dal troncamento incidentale delle braccia (una della quali si protendeva sicuramente in fuori), che libera da ogni impiccio quel bel busto finalmente, davvero nudo? E chi ci impedisce di pensare che Andrea Bianco lo avrebbe fatto quel troncamento, se fosse vissuto nel II secolo a.C.?

Un artista così te lo devi andare a cercare. La sua arte è grazia carnale e ieraticità divina, ma non atarassia. Le forme mandano lucori alabastrini, trasparenze di cristallo liquido che scivola via in morbide volute. Luce catturata dalla materia e restituita ancora più fulgida. Il resto è polisemia, sensazioni che lo spettatore, mosso ad accarezzare con lo sguardo (ma fatelo anche con le mani se volete ottenerne una sensazione piena), ripercorrendo inconsciamente le “carezze” creative dello scultore, relativizza al proprio ideale di femminilità, senza dover ricorrere a sterili mediazioni nozionistiche.

Immediatezza dunque del messaggio, che resta comunque intrigante proprio per le scoperte progressive che lo spettatore attento fa, ritornando più volte con lo sguardo su quelle forme così astratte e così sensualmente concrete.

In ogni caso, raffinata eleganza e bellezza struggente.

 

Antonio G. Mellone

(giornalista, pittore e qualche volta critico d’arte)

2021-08-15T20:14:43+00:00 15 agosto 2021|Critiche|
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