Il senso dell’arte

scultore quaderni 01.2017

IL SENSO DELL’ARTE

Ha riscoperto un’antica passione, si è impegnato in modo meticoloso nello studio e ha dato forma a sculture lavorando l’argilla, il marmo e il legno. Andrea Bianco è un artista apprezzato, chiamato anche da istituti scolastici e musei a descrivere la sua esperienza.

Ha quattro figli e una moglie con cui si sono conosciuti da ragazzi. Erano insieme quando a ventun anni, ancora fidanzati, sono rimasti coinvolti in un incidente stradale in cui lui ha perso la vista.

Danno volume alle gale che muovono l’abito di una ballerina di flamenco;   modellano le linee dello stile femminile della belle époque; definiscono forme e volti nei minimi particolari: le mani di Andrea Bianco creano opere d’arte dall’argilla, dal marmo, dal legno cogliendo le opportunità offerte dalle diverse sostanze in base al progetto creativo che ha in mente.

Ogni materia richiede un diverso tipo di lavorazione, per cui è  necessaria la  padronanza di tecniche e manualità specifiche: “Il legno è il materiale che mi affascina di più – dice Bianco – perché insegna ad avere pazienza e a non inorgoglirsi. Richiede uno sforzo fisico notevole, perché si lavora quasi completamente a mano. Occorre inoltre valutare con attenzione ogni azione da compiere perché recuperare un errore è molto difficile”.

Le sue opere sono variegate perché non vuole legarsi a uno stile unico: “Desidero essere libero di sperimentare e imparare sempre. In più sostengo che un po’ di sana follia nella vita non fa mai male”.

Di certo la sua di “follia” non è lasciata al caso, visto che si è impegnato anima e corpo nello studio e nella pratica per realizzare pezzi d’arte di livello: “Sono fondamentali la conoscenza dell’anatomia, la cura delle profondità e delle altezze. È necessario approfondire attentamente le tecniche, studiare bene gli autori e le motivazioni che li hanno portati a utilizzare certi sistemi”.

Tutto questo costituisce il presupposto essenziale per dare corpo a opere che interpretino sensazioni, stati d’animo, limiti e ambizioni. “I miei lavori non sono asettici, – precisa lo scultore – attraverso l’arte voglio esprimere amore per la vita e gioia di vivere. L’importante è avere il coraggio di sognare e non rinunciare a provare a realizzare i propri desideri”.

Di certo lui l’ha fatto: Andrea Bianco, infatti, ha perso la vista in un incidente d’auto all’età di ventun anni. Oggi, quarantaseienne, ha una famiglia arricchita da quattro figli, un lavoro da impiegato come centralinista e una passione artistica che lo impegna sempre di più. Nel corso della nostra conversazione accenna a innumerevoli circostanze che hanno rischiato di sbarrargli la strada nella realizzazione di sé, dovute alla solita burocrazia ottusa, alla diffidenza e al sistema culturale ancora arretrato che riguarda il mondo dell’handicap. “A questo proposito ho avuto anche qualche discussione con associazioni del settore – racconta Bianco – per la mia ricerca di integrazione e il mio modo di guardare avanti considerati troppo spinti. Io ritengo che vivere in modo arricchente sia doveroso per me stesso e per coloro che mi sono vicini. Ci sono persone con deficit che fanno le invalide più di quello che sono. È vero che mi manca un senso, ma ne ho altri quattro. È necessario mettersi in gioco, fare qualche sforzo, abbandonare alcune certezze per provarci. Non possiamo farci trattenere da discorsi del tipo: ‘vedi che non ce la fai, dove vuoi andare?’. Bisogna ancora lavorare molto a livello culturale”.

Lo scultore preferisce usare il termine non vedente anziché cieco, perché ritiene che questa parola sia più adatta a indicare una predisposizione mentale: “Una persona, infatti, può vederci ma essere cieca lo stesso”, fa notare.

Per offrire il proprio contributo in questo senso l’artista si è messo a disposizione di istituti scolastici di vario grado per parlare della sua esperienza, proponendo un insegnamento ai ragazzi volto a stimolare  l’integrazione e a incoraggiarli a non darsi mai per vinti.

Il museo di arte contemporanea di Bolzano, sua città d’origine, lo ha invitato inoltre a tenere un incontro per guidare il pubblico sul modo in cui si tocca una statua: “Sono rimasto stupito nel rendermi conto di come le persone fossero emozionate da questa esperienza tattile. L’85% degli stimoli, infatti, normalmente arriva attraverso la vista e questo fa perdere dimestichezza con le possibilità offerte dagli altri sensi. Per me il tatto è l’unica via di conoscenza di un’opera d’arte, ma per gli altri è un modo integrativo e io consiglio sempre di usare questo senso”.

Lo scultore racconta di aver notato in occasione di una mostra di scultura in legno nel nord Italia che alcune zone estranee al campo visivo non erano curate nei dettagli e fa presente che il tatto, permettendo di arrivare ovunque, spinge a definire le zone più in ombra. “Per questo sarebbe doveroso offrire la possibilità di toccare le opere, naturalmente selezionando quelle che rispondono a certi requisiti e con le dovute cautele, facendo indossare guanti in lattice per non danneggiarle ed educando al modo di toccare una statua. Solo pochi musei in Italia consentono ai non vedenti di fare questa esperienza”.

Bianco si dice contrario alle esperienze esclusive per chi è affetto da deficit, in quanto si corre il rischio di ghettizzare le persone invece che favorire l’integrazione. Proprio per questo in una sua mostra personale di ceramica e marmo ha dato la possibilità a tutti i visitatori di toccare le opere.

Gli chiediamo a questo proposito di spiegarci come si tocca una statua:  “Si cerca prima di tutto di capire se si tratta di un bassorilievo, di un altorilievo o di un tuttotondo; poi di quale materiale è fatta l’opera; se si tratta di una figura o di un lavoro astratto, di una scultura intera, di un mezzo busto e così via. Si procede in modo concentrico, scendendo sempre più ne particolari”.

L’artista sta cercando di contattare alcuni professori in Italia per promuovere l’apertura delle scuole d’arte e delle accademie di belle arti alle persone non vedenti. “Se le scuole e i musei si basano tutti sulla vista – dice – un non vedente sarà sempre svantaggiato. Al contrario, se si riesce a utilizzare i suoi canali come l’udito e il tatto, questa persona potrà esprimere le proprie doti. Il cinquanta per cento dei corsi, essendo teorici, sarebbero già accessibili ai non vedenti, ma bisognerebbe investire in tecnologie e formazione degli insegnanti. Io credo che sia questione di volontà”. Ci spiega che al momento non ci sono corsi istituzionali di alto livello, quindi un non vedente o partecipa a percorsi formativi rivolti ai normodotati, con ovvie difficoltà, oppure diventa autodidatta con tutti gli ostacoli del caso. I corsi sono praticamente amatoriali e spesso una persona priva di vista viene indirizzata verso l’arte astratta.

Bianco è stato estremamente determinato nella volontà di dedicarsi in maniera professionale alla scultura, dando spazio a una sua antica passione. Il suo cammino è iniziato nel 2010 dalla lavorazione dell’argilla per poi passare al marmo e al legno. Ha cercato professionisti e aziende specializzate a livello italiano formandosi a Bolzano, a Pietrasanta, a Carrara, a Lasa. Spinto dal desiderio di migliorarsi sempre di più, non ha mai voluto accontentarsi di sé e si è misurato con la rappresentazione di arte sacra, forme di donne, animali: “I miei lavori – dice – devono essere valutati per quello che sono e non perché io sono privo della vista”.

Il braccio destro di Andrea è sua moglie Lara. Scherzando, ci dice di essere il suo manovale: gli procura il materiale, lo aiuta nella finitura di certi lavori, porta le opere al forno per completare le ceramiche, si occupa delle pubbliche relazioni per la realizzazione delle mostre, delle relative pubblicazioni e dei rapporti con i media. Manda avanti la casa e insieme al marito segue Francesco, Claudio, Giovanni e Anna, rispettivamente di 19, 16, 14 e 9 anni. Lara decisamente non fa poco: “Penso che Dio mi abbia preso per mano, – commenta – perché vedo che alla fine riesco a fare tutto”.

Lara era in macchina con Andrea il giorno dell’incidente. Stavano percorrendo un lungo rettilineo in Alto Adige e mentre erano in fase di sorpasso di un mezzo pesante, questo ha svoltato a sinistra. Non è stato possibile evitare il dramma: l’auto su cui viaggiava la coppia è andata a schiantarsi contro un grosso albero con conseguenze irreparabili per Andrea. Lara ha riportato delle fratture curabili, mentre lui è rimasto vivo per miracolo. Dopo interventi importanti, cure e lunga riabilitazione ha recuperato la forma, ma non la vista, a causa dello schiacciamento dei nervi ottici per cui non è stato possibile fare niente.

Andrea è rimasto in amicizia con il chirurgo che lo prese in cura quando la situazione era veramente disperata. Il dottore aveva perso un fratello in un incidente stradale pochi mesi prima ed ebbe probabilmente anche per questo una sensibilità spiccata verso il giovane paziente. A distanza di più di vent’anni i due si sentono ancora.

Lara e Andrea si erano conosciuti da ragazzini e si erano messi insieme a diciannove anni. Dopo due anni la loro condizione è cambiata radicalmente, ma Lara è rimasta col suo Andrea. “Penso che qualcuno mi abbia messo lì”, ci dice. “A distanza di anni ci scorgo quasi un disegno dietro. Io mi dedico tanto a lui e mi commuovo quando parlo di mio marito. Penso che sia questo il vero amore, un sentimento che va oltre il proprio soddisfacimento e che si realizza nella dedizione, nel rispetto e nella condivisione”.

Il fatto che Andrea sia così determinato e non si lasci vincere dagli ostacoli burocratici e culturali che purtroppo gli si continuano a parare davanti è dovuto certamente a una sua forza interiore di carattere, ma anche al grande sostegno che ha trovato in sua moglie e nei suoi cari. “Lara ha avuto grande coraggio nel dimostrare i suoi sentimenti”,  dice suo marito. Lei ci racconta che i suoi genitori erano preoccupati per il suo futuro, certamente non facile in tale condizione. “Umanamente e da mamma li capisco, – dice lei – ma io non ho mai pensato di lasciare Andrea. Senza dirlo a loro andavo quasi sempre a studiare a casa sua, gli leggevo dei libri, gli tenevo compagnia e ci incontravamo da lui con gli amici. Le amicizie stesse sono cambiate a seguito dell’incidente: molti rapporti si sono persi, ma altri si sono rafforzati”. Lara si è laureata in economia e commercio e nel ’94 ha sposato Andrea. È dedicata a suo marito e ai loro quattro figli, che sono stati educati in modo che per loro sia naturale che loro padre non veda. “Mio marito ci ha permesso di fare qualunque esperienza: nonostante il suo limite, infatti, ci ha seguito ovunque. È stato con noi al mare, in montagna, nelle grandi città, ci ha accompagnato nei musei”.

Tutta questa forza la coppia la trova sì nell’amore reciproco, ma anche nella fede. I due provengono da famiglie non vicine alla religione e loro stessi hanno incontrato la fede a seguito dell’incidente. “La sofferenza è un bivio: o ne esci accresciuto o ne esci con le ossa rotte”, dice Bianco. “Noi ci sentiamo arricchiti da ciò che ci è accaduto, nonostante le difficoltà. Diversamente avremmo vissuto in maniera più superficiale. Chissà quante volte Dio avrà bussato alla mia porta in precedenza. Questo non significa certamente che sia stato Lui a volere questa disgrazia, ma questa circostanza è stata per me l’occasione per scoprire la fede. Ritengo che la ricerca di Dio sia insita nell’animo umano, anche se c’è chi non lo ammette o non lo riconosce”.

Concretamente, ad aprire la strada a Lara e ad Andrea in questa direzione è stato padre Giovanni, un carmelitano che faceva servizio ai sofferenti in ospedale. “All’inizio la sua insistenza ci dava fastidio, ma poi accettammo i suoi inviti”, conclude Bianco. “Da quel momento e dalla frequentazione di alcuni gruppi di preghiera in noi è maturata una fede che dà un senso profondo alla nostra vita”.

Silvia Cecchi

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