Corriere dell’Alto Adige – L’arte tra le dita – 03/03/2016

L’arte tra le dita

“Avevo gli occhi chiusi e sentivo molto bene la superficie, la natura del materiale, era molto liscio. Percepivo le forme ma non sapevo orientarmi, per me era una nuova esperienza, faticavo a leggerla. Ovviamente conoscevo la figura che stavo toccando, potevo immaginare per esempio, di essere sulla sua coscia e ho pensato che si stesse creando un rapporto molto intimo, molto erotico con lei”.

Brita Kohler, responsabile progetti educativi di Museion, descrive così le sensazioni che ha provato per la prima volta nel seguire l'”esperimento” che Andrea Bianco replicherà domenica prossima a Museion (alle 15) in occasione dell’”Educational Day”. I visitatori potranno, infatti, toccare, con appositi guanti, la scultura di Francesco Vezzoli ispirata a una famosa opera di Boccioni. Lo faranno sotto la guida di Andrea Bianco, 45 anni, scultore bolzanino che, a causa di un incidente accadutogli 25 anni fa, ha perso la vista. Questo, però, non gli ha impedito di riscoprire la passione per l’arte e di dedicarsi alla scultura.

La premessa, necessaria, rischia però di risultare fuorviante, perché l’”esperimento” che Bianco replicherà domenica prossima, non riguarda il suo “handicap” ma il nostro, ovvero quello di tutti quelli che, facilitati dall’uso della vista, hanno smarrito percezioni che sono essenziali, non solo nei rapporti umani. Lo spiega lui stesso molto chiaramente: “Il tatto non è un’alternativa alla vista, ma è qualcosa di diverso, un canale percettivo in più, che tutti, anche i vedenti, dovrebbero imparare a usare e sfruttare al meglio. Domenica spiegherò quindi come toccare la scultura ispirata a Boccioni tenendo gli occhi chiusi. Una statua che ha una forma dinamica complessa per cui le carte si mischieranno ulteriormente”.

Effettivamente, che un artista non vedente guidi alla scoperta di un’opera di arte contemporanea sprigiona suggestioni di vario genere, ma anche lasciando sullo sfondo quelle intellettuali, per seguire solo quelle emozionali, il fascino resta innegabile. “Le mani arrivano ovunque – prosegue Bianco – permettono di scoprire imperfezioni negli angoli non visibili, imperfezioni che, se l’artista usasse il tatto più compiutamente, non esisterebbero. Si comprende meglio cosa l’artista vuole trasmettere, le tecniche utilizzate e si percepiscono persino i colpi di scalpello. Si apprezza meglio la sua fatica e il suo desiderio, una prospettiva quindi molto più ricca della vista”.

Componente fondamentale del lavoro di Bianco è, però, il concetto di “memoria tattile” che lo scultore bolzanino sintetizza con un esempio: “Le prime possibilità di toccare le opere d’arte mi sono capitate in Spagna, a Barcellona e Madrid. Soprattutto nel primo caso sono rimasto mezzora a palparmi la statua, me la sono tenuta a mente e l’ho riprodotta una volta tornata a casa, lo stesso ho fatto dopo una visita a Madrid. Credo che tutti abbiamo questa facoltà, che vada solo esercitata, io non possiedo caratteristiche particolari, ma l’85% degli stimoli che riceviamo derivano dalla vista e quindi si finisce per non utilizzare a pieno gli altri sensi”.

Terminata la “lezione” di Bianco, a Museion si discuterà proprio di questo, attraverso un dialogo intitolato “Il corpo al museo: arte e neuroscienza della multisensorialità” a cui parteciperanno Francesco Pavani, del dipartimento di Scienze cognitive dell’Università di Trento e Francesca Bacci, curatrice dei Progetti Speciali, del Mart. Ma chiudendo l’intervista con Bianco e tornando a “questioni sensibili”, ci si accorge che si è parlato di intimità, desiderio e del toccare gli angoli nascosti, aspetti innegabilmente intimi e sensuali. Risulta quindi inevitabile chiedergli se tutto questo può avere a che fare con il diffuso divieto di toccare le opere d’arte. “Effettivamente, toccare le statue era considerato un tabù fino a pochissimo tempo fa. Esistono problemi effettivi, sicurezza, stabilità dell’opera e le mani possono essere sporche, per questo utilizziamo guanti al silicone, ma il vero problema è culturale più che pratico”. E, quindi, par di capire, non riguarda solo le statue: “Sì, toccarsi anche tra esseri umani è spesso considerato una mancanza di rispetto, io invece credo che un abbraccio o una pacca sulla spalla siano più significativi di tante parole. Creano un rapporto più intimo e diretto anche solo tra amici, credo infondano più coraggio e forza. Forse, oggi, c’è troppa paura di abbandonarsi alle proprie sensazioni, non solo di fronte a una statua”. 

Massimiliano Boschi

Link all’articolo online del Corriere dell’Alto Adige del 03/03/2016.