Storia di un artista con quattro sensi

Storia di un artista con quattro sensi

Andrea Bianco, bolzanino, classe 1970, marito e padre di quattro figli, è un artista non vedente, che realizza da solo le sue opere dall’inizio alla fine. Il suo sogno? Vedere aprire le scuole delle Belle Arti anche a chi ha un handicap visivo.

// Di Jacopo Schiesaro

Chiariamo subito una cosa: non parleremo di un non vedente che prova piacere nel dilettarsi di scultura, bensì di uno scultore non vedente. Ci tengo a precisarlo perché altrimenti l’attenzione si poserebbe principalmente sulla sua disabilità (che pure non è da trascurare) e non piuttosto sulle sue opere, o sulla sua arte. Andrea Bianco, quindi, è uno scultore di Bolzano, classe 1970, che attraverso le sue opere riesce a comunicare qualcosa di vivo, e questo fa di lui un artista. È stranamente poco dipendente dalle logiche del mercato, e non si coglie dalle sue parole, come d’altronde dalle sue sculture, alcuna strategia per cavalcare le onde della fama. Alcuni, questa scelta, la ritengono una debolezza, e certamente nel nostro tempo è solito considerarla così, perché con qualche piccolo trucco e compromesso le possibilità di farsi conoscere aumentano in un batter d’occhio “ma  – sostiene Andrea – preferisco godere di un sonno tranquillo, sapendo che non ho tradito quello in cui credo, piuttosto che rischiare di diventare famoso dimenticandomi quello che vorrei rappresentare nel mio lavoro”.

Non ha intenzione quindi di fare della sua disabilità un elemento di distinzione all’interno del mondo dell’arte, e forse può essere proprio questo un elemento di distinzione. Ma facciamo un passo indietro. Andrea non è sempre stato non vedente, lo è diventato a causa di un incidente automobilistico avvenuto quando aveva ventun anni. Pensate che questo abbia messo fine alla sua vita? Vediamo: a ventiquattro anni si sposa con sua moglie Lara, successivamente diventa padre di quattro figli, all’età di quarant’anni incontra la scultura, sebbene la passione per l’arte ci fosse sempre stata, e trova all’interno di questa espressione artistica il suo, forse nuovo, mondo. Difficile dire quando la sua vita sia cominciata davvero, se prima di perdere la vista oppure dopo, ma il punto è che un evento come questo, per quanto doloroso e traumatico, non va a porsi in contrasto con l’esistenza, ma le dona una nuova forma. Certamente Andrea di forma se ne intende perché, oltre ad averne sentito il cambiamento nel corpo e nella quotidianità, la crea ogni volta che entra nel suo intimo laboratorio situato nel giardino di casa. Una piccola stanza (prima era la cuccia del suo cane) ricca di utensili del mestiere e di un tavolo da lavoro professionale. Quando me la mostra, la sua espressione cambia, e anch’io avverto la magia, la quiete e la vitalità che si nascondono dietro al forte profumo di legno e ai vari attrezzi. Lì dentro c’è più di una passione o di un lavoro, c’è Andrea stesso. Oggi sembra un’illusione avere un lavoro che ci rispecchi, perché ci si sta abituando sempre più a creare un confine netto tra ciò che ci piace fare e ciò che dobbiamo fare, e si finisce che questa distinzione cresce sempre di più, fino a farci dimenticare quello che desideriamo fare davvero.

“Ai miei figli – mi racconta – ho consigliato di seguire le proprie passioni. Ho chiesto loro: cos’è che ti rende felice? Scoprilo e seguilo perché, anche se la prima strada non sarà quella giusta, avrai sempre tempo di cambiare”.

Ma perché un’affermazione del genere ci sconvolge tanto? Cos’è che crea un immobilismo tale nella società da rendere il pensiero di Andrea così contro corrente? “Ci sono artisti – spiega a questo proposito – che si concentrano nel rappresentare sentimenti di agonia, di dolore e di disperazione. Sono certo che alcuni di questi lo fanno in modo autentico, e che altri invece lo fanno solamente perché a volte si vende di più; il punto però è che anche l’armonia e la serenità devono trovare posto nella nostra vita, altrimenti ci creiamo un’esistenza a senso unico, chiusa in noi stessi, e ci precludiamo l’opportunità di vedere ciò che di positivo e vivo c’è ancora attorno a noi. Questo significa essere ‘ciechi’, io invece mi considero solamente non vedente”.

Sebbene le occasioni di esposizione nella nostra città non siano così frequenti, come ammette lui stesso, ho avuto occasione di vedere alcune delle sue opere dal vivo, perché la sua stessa casa è un percorso espositivo. I materiali da cui prendono vita sono l’argilla, il marmo e, il suo preferito, il legno. Si passa da rappresentazioni di animali come un pinguino o un ippopotamo, ad un volto di Cristo, per poi arrivare ad una ballerina di flamenco, e a varie figure femminili, ognuna con una sua chiara identità e con un proprio nome. È stato allora che ho capito veramente quello che Andrea mi aveva spiegato a parole. Le sue sculture comunicano, hanno un’anima chiara e sinuosa che emerge dall’insieme dei rilievi e cavità dei materiali. Le forme veicolano dei significati che, per quanto soggettivamente interpretabili, appaiono evidenti, sia alla vista che al tatto.

“Ma – gli chiedo – c’è qualcuno che ti aiuta nella realizzazione pratica?”.

“Nessuno tocca le mie opere – precisa – sono io che le formo, dall’inizio alla fine. A consigliarmi però, c’è il mio maestro Nicola Hornaecker, che mi ha insegnato quello che so e che mi dà consigli calandosi nella mia condizione di non vedente. Gli devo molto, lavorare con lui è sempre un’esperienza unica e intensa. A volte anche un po’ difficile, perché è estremamente pignolo!”

È chiaro che Nicola non è solo un maestro di scultura per Andrea, ma un vero compagno di vita che gli ha permesso di realizzare il suo sogno.

“All’inizio – continua Andrea – nessuno voleva darmi gli attrezzi per scolpire, perché temevano mi potessi fare inavvertitamente del male. Invece poi guarda com’è andata a finire!”

Nel luglio dello scorso anno ha ideato il primo corso internazionale di scultura per artisti non vedenti tenutosi presso la Sacred Art School di Firenze; il 15 gennaio, presso la biblioteca di Appiano, ha tenuto una conferenza dal titolo “Nonostante tutto quando si vuole si può! Come inseguire i sogni e le aspirazioni superando gli handicap”; ed ha partecipato ad altre numerose conferenze.

Prossimamente, invece, in occasione dell’Educational Day, iniziativa nazionale a cui partecipa anche il Museion ed in cui i visitatori saranno condotti nella mostra bendati, incontrerà lo staff per insegnare loro come capire una statua attraverso il tatto. Sarà poi anche l’ospite d’eccezione di questa giornata che si svolgerà il 6 marzo.

“Il mio sogno – specifica – è far sì che ai non vedenti non sia precluso l’accesso alle scuole di Belle Arti, perché aver perso un senso non significa non averne più, anzi, significa aumentare le capacità degli altri”; e quando gli chiedo quale sia la capacità più importante che abbia imparato nella sua vita mi risponde “sicuramente quella di riuscire ad essere ispirato da tutto quello con cui entro in contatto. Sono convinto, infatti, che andando avanti troverò sempre nuovi stimoli”.

Per maggiori informazioni:

www.biancoandrea.it

 

link articolo:

http://www.quimedia.it/QuiBolzano/Articoli/Storia-di-un-artista-con-quattro-sensi